Cordialità e ristoro in
un paradiso naturale

  
 
 
 
 

 
 

GIULIANO E LE VIPERE

 

Poveri genitori, erano veramente sfortunati! Quello che da piccolo era stata la loro gioia, adesso da grande si era rivelato un giovane scapestrato e senza timor di Dio! Giuliano, figlio d’una nobile famiglia lombarda, aveva fatto della bella vita il suo vangelo: rovinato dai vizi, mai in casa e sempre in giro con altri giovinastri, il ragazzo era la pena dei suoi genitori e motivo di scandalo per l’intera città. Ma perché non resti a casa a farci un po’ di compagnia? Gli ripeteva spesso il vecchio. Impara un lavoro, fa’ qualcosa di buono nella vita! Lo supplicava invano la madre. Ma che volete saperne voi, di vita! Li sbeffeggiava il figlio, sbattendo la porta di casa e partendo per l’ennesima gozzoviglia. Una sera Giuliano rientrò in famiglia che era notte fonda. Ubriaco fradicio, svegliò i genitori e i domestici, ordinando dell’altro vino e acqua calda per fare il bagno. Ma non vedi che è notte esclamò il padre, trattenendo a stento l’ira. Sali subito in camera tua e vai a dormire gli ordinò la madre, che però venne messa a tacere con uno schiaffone. Come vi permettete di parlarmi in questo modo, vecchi perciò Giuliano incespicando in mezzo alla cucina. Fai questo, fai quello, ma chi vi credete di essere? Comando io in questa casa! Aria nuova, vita nuova. Il padre si fece avanti per restituirgli lo schiaffo dato alla madre, ma la lama scintillante dello spadino brillò due volte alla luce delle torce e, solo quando Giuliano vide i genitori distesi a terra in una pozza di sangue, si rese conto di quello che era successo: li aveva uccisi! Era un assassino, anzi, peggio: un parricida della peggior specie era diventato! In preda allo spavento, gettò lontano la spada e fuggì: lasciò la casa, la città, le sue terre e si rifugiò tra le montagne del Trentino. Con gli occhi sempre gonfi di lacrime, risalì una valle e giunse finalmente sulle rive di due piccoli laghi. Qui decise di fermarsi, lontano dagli uomini, ma sempre immerso in quel senso di colpa che non lo lasciava vivere. Passarono gli anni e, col tempo, il dolore sordo in fondo al cuore di Giuliano si trasformò, piano piano, in rimorso, in richiesta di perdono, in amore per Dio. Insomma, il giovane si convertì al cospetto di quelle stupende montagne e di quei boschi e divenne un eremita, la cui solitudine era il castigo da espiare per ritrovare alla fine la serenità. Ma la giustizia degli uomini non si accontentò di quella pena solitaria e continuò a cercarlo per monti e valli. Fu così che un giorno due soldati si trovarono a passare proprio da quelle parti e, imbattutisi nell’eremita, subito riconobbero in lui l’assassino, il parricida che dovevano scovare. Gli furono addosso ma Giuliano non oppose resistenza lo processarono com’era stato loro ordinato e lo condannarono con una sentenza che era già stata scritta da tempo. Infilarono in un sacco tutte le vipere che riuscirono a trovare nei paraggi e poi vi rinchiusero anche l’eremita: quindi gettarono il tutto nelle acque del lago. Allora avvenne il miracolo: il sacco con il condannato a morte non volle affondare, quasi fosse sostenuto da un mano scesa dal cielo. I due soldati attesero a lungo: forse l’acqua doveva impregnarsi ben bene nella stoffa del sacco e negli abiti del disgraziato probabilmente il corpo di Giuliano s’era impigliato in una roccia affiorante. Alla fine rinunciarono: con una lunga pertica tirarono il sacco a riva, lo aprirono con cautela e... La meraviglia si dipinse sui loro volti, quando videro l’eremita tranquillamente addormentato, con tutte le vipere acciambellate sul suo petto che si mordevano la coda! I due capirono di trovarsi innanzi a un uomo di Dio, a un santo: lo lasciarono disteso nell’erba in compagnia delle vipere innocue e tornarono immediatamente a casa, per riferire ai superiori quell’incredibile avventura.

Da ADAMELLO BRENTA PARCO, anno 4, n° 3, luglio 2000